sfogliando la rete nella quotidiana commistione di ricerca e intrattenimento — fatto che credo accomuni molti tra quelli che si ritrovano a leggere questo articolo, del resto siamo qui — ho avuto il piacere di imbattermi in uno scritto recente di Eugene Rabkin, founder ed editor di StyleZeitgeist. Un nome non da poco, e difatti propone una riflessione che ho trovato affascinante e che si svela subito nel proprio titolo: «A Gucci Utopia or a Balenciaga Dystopia: which world do you live in?», e che si chiude citando le parole di un giornalista: «Fashion only cares about itself».
Per quanto come sempre ricco e interessante, nel pezzo c’era qualcosa che non mi tornava, ed è stata proprio quella chiusa a farmelo notare. Perché Rabkin sta confrontando questi due opposti per parlare delle due collezioni? Al di là dei suoi intenti e dell’effetto sensazionalistico della titolazione, sto leggendo qualcosa che esista davvero sotto questa apparenza?
La mia opinione è: per nulla.
In un suo testo minore, Paul Valéry, armato della sua mattutina saggezza, ci spiega che la contraddizione è meramente un fenomeno del linguaggio e non del pensiero [ove vengono prodotte le ideazioni, n.d.a.].
Nelle strade di oggi, le persone non scelgono di indossare Gucci o Balenciaga: semplicemente li accoppiano secondo un criterio personale e senza unità di senso. Quella purezza non c’è quasi più, se non proprio tra i frequentisti. L’abbigliamento è ormai un semplice significante, se non come segno della propria posizione sociale, ovvero uno status symbol. Come avere un MacBook Pro per guardare Netflix.
Ma la mia non vuole essere una critica al consumismo o al capitalismo, né tantomeno una critica morale. Semplicemente non è la scena che mi figuro quando vedo i passanti scorrermi davanti agli occhi, e che nemmeno i passanti vedono, anche per scelta. Che Balenciaga riusi per l’Ucraina la propria tempesta di neve, concepita per il clima, va al contempo d’accordo col fasciare Kim Kardashian, seduta in prima fila, nello stesso nastro da imballaggio giallo e nero che avvolge una modella in passerella. Se proprio posso concedermi una vena di malizia, sempre rigorosamente spoglia di giudizio, a me questo sdoppiamento appare un semplice reflusso pubblicitario.
Non mi soffermerò ulteriormente a ricordare i climi dell’una o dell’altra collezione-performance, dato che se ne è già abbondantemente parlato altrove al momento dei fatti. Piuttosto vorrei porvi una diversa riflessione.
Un tempo creavamo rappresentazioni e movimenti che riflettevano il mondo mostrandone l’immagine, e questo provocava una reazione che portava l’input più in là. Ora, invece, questo più in là viene anticipato. Si tratta di portare in campo una propria riflessione interna sul possibile — il cambiamento climatico esiste, ovvio, ma siamo più lontani dall’apocalisse di quanto non lo fossimo durante la crisi dei missili di Cuba. Non ci concerne davvero più l’attuale, se non come pourparler che sostituisce le conversazioni sul tempo con quelle sulla guerra, o le accoppia.
Proprio come, quasi ad opera di un incastro perfetto, la sfilata di Gucci fa attraversare ai modelli tutto un girotondo di specchi deformanti nella propria produzione disneyana, dai colori sgargianti e dall’apparente spensieratezza che Alessandro Michele fa percepire, ma che pone di fronte alla questione della metamorfosi. Osman Ahmed ne parla su i-D, in un suo articolo dedicato alla collaborazione tra il marchio testé citato e Adidas, dove riporta le parole di Michele: tutto si riduce all’idea di metamorfosi, esplicitata perfino nelle borchie sul retro di giacche e blazer doppiopetto. Lo specchio, dice, può non restituirci ciò che vorremmo, e proprio per questo ci spinge verso chi desideriamo essere — ed è lì che entrano in gioco i vestiti, che di quell’immagine restituiscono una versione espansa e trasfigurata.
Eppure la metamorfosi è anche, come da cliché, il contenuto pop-kafkiano per eccellenza e, con un piccolo sforzo, Balenciaga tratta temi vicini all’incomprensibilità dello scrittore.
Insomma, che si segua il trend della conservazione e rivendita vintage; che si provi a rivisitarlo — Miuccia Prada e Raf Simons, in un’intervista tenutasi in onore della loro inaspettata collaborazione, spiegano come la loro idea sia di adattare il pre-esistente e come sia molto difficile, se non impossibile, creare del nuovo —; o che si tenti invece di anticipare il futuro per strappargli qualcosa di virtualmente intravedibile: le idee non avvengono più e si trasformano in informazioni cucite e stampate sul visibile.
Si potrebbe continuare, ma si potrebbero al contempo fare anche molte contestazioni a questa retorica fatalista. Però chiedetevi: quante volte sentite il Reale comparire solo preceduto da un prefisso, o addirittura omesso? realtà aumentata, simulata, gamificata, meta-realtà, Meta, NFT, etc. Il postmodernismo sembra proprio arrivato all’apice della privazione dei propri riferimenti Reali, completando il dominio totale del significante. Onestamente mi appare chiaro come questa sia a suo modo una censura: esattamente il caso per cui Michel Foucault propose quel «principio di rovesciamento».
“Un principio di rovesciamento (…) si crede di riconoscere la scaturigine dei discorsi, il principio del loro proliferare e della loro continuità, nelle figure che sembrano svolgere un ruolo positivo (…); bisogna piuttosto riconoscere il gioco negativo d’un ritaglio e d’una rarefazione del discorso”Michel Foucault, L’ordine del discorso e altri interventi. Piccola Biblioteca Einaudi, Nuova Serie, 2004. Traduzioni di Alessandro Fontana, Mauro Bertani, Valeria Zini.